A scuola di chef

Sabato. Sveglia presto, quando fuori è ancora tutto buio, ma questa non è proprio una novità. Un caffè in solitaria e la giornata parte alla grande. So che cucinerò per tutta la mattina e la mia testa vola già tra padelle e pentolini, una bilancia e tante ciotole, mestoli e coltelli. Pregusto ogni singolo profumo e odore che mi attende tra immacolati banconi di inox, in attesa di riempirli e di farli vivere con gli ingredienti del giorno. Di stagione, che solo così si trovano i gusti più puri.
Preparo la colazione per i miei ometti, spesso il piccolo si sveglia in tempo (anche troppo) per salutarmi, per poi andare tra le braccia del papà. Loro si godranno un sabato mattina tra uomini, io parto tranquilla, perché so che in mia assenza il papy si godrà momenti speciali e privilegiati con i nostri bimbi, senza la mia – ingombrante – presenza.

Prendo l’auto, parto, poca strada e già sto arrivando. Appena entro nella cucina professionale vengo avvolta dal tipico odore di pulito industriale, non quello che troverei nella cucina di casa, ma qualcosa che sa di metodo e di professionalità. I banchi sono già pronti per le ricette del giorno, tutto al proprio posto e preparato con criterio. Dopo un breve momento di teoria seduti a tavola, lo chef ci invita ad avvicinarci alle postazioni. Ancora qualche nozione e dimostrazione pratica, poi si fa sul serio. Mani in pasta, in senso figurato e letterale. Siamo al lavoro e la cucina comincia a sviluppare fumi, emanare fragranze, diffondere aromi e emettere suoni di stoviglie. È iniziata l’attività, ognuno suona la propria musica, una melodia ben orchestrata, quasi una sinfonia.

Io mi metto all’opera, un po’ titubante qua e là, senza sapere quanta iniziativa posso concedermi. Ma felice, sempre molto felice.
Mentre mi muovo in cucina mi sento un po’ Julia Child di Julia&Julia, con quel modo impacciato e alle prese con un rigore professionale che a casa viene trascurato per questioni di praticità e fretta.
Mi sento un po’ Remy di Ratatouille, perché a volte sono così a mio agio che mi perdo nei profumi e mi viene una spasmodica voglia di creare e continuare a giocare con i gusti, con quella passione che ti porti dietro da sempre, non importa che tu sia casalinga, chef oppure topo.
Mi sento perfino un po’ Helen Mirren in Amore, cucina e curry, per quella superbia nel voler essere brava in quel che faccio e per un amore sconsiderato nell’apprezzare le cose fatte con il cuore (e con un vero sapore!).

In cucina nascono intese e simpatie, si mescolano anche racconti ed esperienze. Ogni volta scopro ingredienti che non si possono comprare in negozio, che non trovi impilati su uno scaffale. In cucina ci sono storie che animano i piatti e scaldano il cuore.

E poi succede che un’altra giornata di corso è finita e io esco con addosso tutti gli odori delle pietanze preparate. So di burro, di cipolla o di cacao; so di panna, di sugo e di brodo. Gusto il bicchiere di vino a fine preparazione. Le mani profumano di timo. Quando in bocca ho l’amaro, è solo quello del caffè.

Insomma, esco dalla cucina così felice…che quasi mi sento triste e vorrei solo tornare dentro e ricominciare da capo. Credo, a 34 anni, di aver finalmente capito cosa significa amare un lavoro. E voglio fare di più.

 

Photo credit: ritaglio da foto scattata da una compagna di corso, per gentile concessione.

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